E' quando cammino che mi viene voglia di scrivere, ma poi mi pianto qui davanti alla tastiera, ferma come un punto, e mi passa la voglia. E' evidente che sono come quelle lucine da bicicletta, che funzionano solo fintanto che pedali.
Sto qualche giorno in una cittadina di villeggiatura sul mare, con casette che sembrano castelli di sabbia sprangati dalla bassa stagione.
Nel silenzio dei vicoletti senza auto, del mercatino chiuso, del parchetto pieno di rami spezzati e della gelateria in cui siamo gli unici clienti (e i frigoriferi
ronzano, un suono inaudibile nel fremito estivo), mi accorgo di quanto sia agitata, dentro. Il contrasto con la calma esterna mi snerva un po'.
Cerco di equilibrarmi per osmosi, facendo colazioni confortanti al bar ed esplorando l'orto. I cani entrano umidi in casa e mi riempiono la felpa di sabbia e di bava. La focaccia troppo salata mi brucia le gengive. Prendiamo la pioggia come capita, senza portarci l'ombrello. Il vino è buono e costa poco. Sono belle cose che mi tengono a terra.
Mi sono fissata col voler salvare uno dei tanti cactus che annega sotto la pioggia in una latta di pelati, nel cortile del mercatino dell'usato, ma so che anche con me non starebbe bene.
Ce l'ho ancora questa voglia di salvare tutti. Poi mi guardo allo specchio e penso: "ma chi, io?"e mi rimprovero perché a volte ragiono proprio come un'arrogante di merda.