Curvula era la riccioluta Carex che mi faceva compagnia nelle praterie d'alta montagna, nelle estati della tesi. Buffa e gentile, pacifica. Erano gli anni in cui il segnalino che i miei compagni d'appartamento avevano fatto per tenere traccia dei turni delle pulizie recava "la dolce" invece del mio nome.
Poi sono diventata una cipolla, qualcosa di pungente e sgradevole da aprire.
Mi sono scoperta incazzata, insofferente e disillusa. All'amica che settimana scorsa consolavo dopo una crisi esistenziale, e che in risposta alle mie riflessioni mi disse "A volte la tua sensibilità mi fa paura, non vorrei mai ferirti" avrei voluto rispondere di non preoccuparsi, che ero più cinica e imbastardita di quello che sembravo.
Ma mi era parso che mostrare il mio pugno duro proprio in un momento in cui lei era al massimo della sua vulnerabilità l'avrebbe fatta sentire ancora più piccola, e sono stata zitta.
Dopotutto la gente ancora si stupisce se quando mi spavento tiro un bestemmione, o si indigna se un cliente mi tratta male. In parte sono loro grata per questa voglia di considerarmi ancora dolce, tiepida, indifesa, in parte mi sento un'impostora, un lupo travestito da pecora.
Detestavo, già ben prima che la vita mi torcesse come un panno da strizzare, che un mio amico di vecchissima data (parliamo dei primi anni delle medie) si fosse abituato a parlar di me come una donna angelo, un focolare di purezza e buoni sentimenti.
Già ragazzina pensavo, tu mi ami, ma non mi vedi.
