giovedì 18 aprile 2019

"Può bastare"


...è un pensiero ricorrente in questi giorni. Visto che mi manca la bussola, e di conseguenza anche il senso della misura, mi autoprescrivo coscienziosi dosaggi medi per tutto quello che concerne la mia vita. Sonno, cibo, allenamento, vita sociale, etc.

Mi sembra che sia tutto leggermente fuori posto, come quando ricopi qualcosa sulla carta da lucido e poi la sposti di qualche millimetro. Tutto viene sfalsato. Faccio finta di niente ma la mattina mi sveglio presto, di soprassalto, e vado a controllare che mia mamma sia viva.

Stavo facendo un sonnellino quando il moroso si è seduto accanto a me sul letto e mi ha detto che un nostro prof all'università si era suicidato. "Cosa?" gli ho chiesto, incerta di stare sognando. Me l'ha ripetuto. Pare che avesse ricevuto una diagnosi molto grave.

Lo stimavo immensamente per la sua cinica logica. Il suo corso mi ha cambiato la vita.

Prego solo che abbia pensato anche lui "può bastare" e preso freddamente la decisione.
L'alternativa mi spaventa profondamente e mi fa venire voglia di piangere da qui all'eternità.

mercoledì 10 aprile 2019

Strappo

Prima o poi tutti facciamo conoscenza con malanni che riemergeranno periodicamente nella nostra vita. C'è chi ha la sciatica, chi le articolazioni consumate, chi l'allergia. Io ciclicamente prendo degli strappi... al cervello.

Ogni tot, quando mi arriva una brutta notizia (non per forza catastrofica, solo brutta), il mio povero encefalo cerca di incassarla come sempre, ma prende l'equivalente di uno stiramento e inizia a zoppicare.

"Mi sono fatto male, quindi da adesso in poi fa schifo tutto"
decide, capriccioso. "Niente di quello che una volta mi dava piacere lo fa più. Le giornate sono interminabili pagliacciate. Non voglio interagire con niente e nessuno. Lasciatemi dormire (anche se faccio un solo incubi)".

Non è la prima volta che mi succede e verosimilmente questa (innescatasi un fatidico giovedì fa) non sarà nemmeno l'ultima. Ci ho fatto pace.

Sono una specie di spettatrice scazzata da una pausa pubblicitaria tediosissima e infinita, affatto stimolante sotto qualsivoglia punto di vista. Eppure devo portare pazienza.
Potrebbero volerci giorni o settimane o mesi, ma prima o poi il film ricomincerà.
L'ha sempre fatto.



martedì 26 marzo 2019

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Molte volte ho cercato di capire di che colore avessi gli occhi, ma da tempo mi sprofondano nel viso come sassi in lenta, perenne caduta. Se il sole penetra con la giusta angolazione nei pozzi che si sono scavati tra le mie tempie, allora baluginano brevemente come specchietti da segnalazione, e perlomeno mi rassicuro che ci siano ancora. Ma a detta di tutti la loro diserzione mi dà un aspetto imperscrutabile, da animale ottuso. 

A volte per la frustrazione me li cerco con le dita... e con sconcerto mi ricordo di avere la testa completamente vuota, cava e soda come una palla da basket. Se apro la bocca i pensieri sibilano fuori con rumore di pernacchia, spinti dalla pressione. 
Anche questo lascia la gente molto interdetta.

martedì 5 marzo 2019

Cara psic

Stamattina la psic rideva e, congratulandosi dei mesi trascorsi, esclamava: "Per carità di Dio non tocchiamo niente!" riconfermandomi la terapia.
Mi diceva "che carina oggi!" e commentava il colore del rossetto che non indossavo.

Io che in queste settimane mi sento sciapa, grassa e senza direzione, prendevo tutte queste belle parole intimidita come una ragazzina.
Lei è un tipo spiccio, allegro, senza fronzoli, tutte cose che apprezzo molto.
Mi fa venire la voglia, l'ambizione, di rientrare in quell'ufficio calzando la mia vita e la mia pelle con più disinvoltura. Vorrei darmi una raddrizzata, pensare meno e fare di più, essere come il mio cane che si veglia ogni mattina entusiasta, pronto a giocare.

Se mi fa questo effetto, è una buona psic.

lunedì 11 febbraio 2019

You don't know me

Credo sia stato dopo la morte di babbo, e la malattia di mamma, che ho cambiato nick da Curvula a Onion.

Curvula era la riccioluta Carex che mi faceva compagnia nelle praterie d'alta montagna, nelle estati della tesi. Buffa e gentile, pacifica. Erano gli anni in cui il segnalino che i miei compagni d'appartamento avevano fatto per tenere traccia dei turni delle pulizie recava "la dolce" invece del mio nome.

Poi sono diventata una cipolla, qualcosa di pungente e sgradevole da aprire.
Mi sono scoperta incazzata, insofferente e disillusa. All'amica che settimana scorsa consolavo dopo una crisi esistenziale, e che in risposta alle mie riflessioni mi disse "A volte la tua sensibilità mi fa paura, non vorrei mai ferirti" avrei voluto rispondere di non preoccuparsi, che ero più cinica e imbastardita di quello che sembravo.
Ma mi era parso che mostrare il mio pugno duro proprio in un momento in cui lei era al massimo della sua vulnerabilità l'avrebbe fatta sentire ancora più piccola, e sono stata zitta.

Dopotutto la gente ancora si stupisce se quando mi spavento tiro un bestemmione, o si indigna se un cliente mi tratta male. In parte sono loro grata per questa voglia di considerarmi ancora dolce, tiepida, indifesa, in parte mi sento un'impostora, un lupo travestito da pecora.

Detestavo, già ben prima che la vita mi torcesse come un panno da strizzare, che un mio amico di vecchissima data (parliamo dei primi anni delle medie) si fosse abituato a parlar di me come una donna angelo, un focolare di purezza e buoni sentimenti.
Già ragazzina pensavo, tu mi ami, ma non mi vedi.


mercoledì 6 febbraio 2019

Tutti potenziali mostri

Il lunedì dopo la giornata della memoria facevo sorveglianza in Aula Magna e provavo un vago, ma indiscutibile, scazzo. I ragazzi venivano obbligati, puntandogli il microfono in faccia, a rispondere alla domanda:
"E tu cosa faresti se parte dei tuoi compagni venisse improvvisamente discriminata, e obbligata a lasciare la scuola?". 
Ci si riferiva ovviamente alle leggi razziali contro gli ebrei. Invariabilmente imbarazzati, gli studenti davano la risposta giusta, anticipata: mi opporrei, me ne andrei anch'io, radunerei i miei compagni per protestare...
Solo un ragazzo osò rispondere con un "dipende, se il professore mi minacciasse o ci fosse la polizia avrei paura e probabilmente non reagirei"... e diamine, il suo intervento fu talmente anticlimatico dopo quelli dei compagni che fui costretta a far partire io l'applauso di rito. L'osservazione fu immediatamente accantonata.

E qui le questioni sono due: o noi adulti siamo tragicamente ingenui, o tragicamente ipocriti.
Questa ostinazione a non premiare la candida consapevolezza delle proprie viltà, a non incoraggiare i ragazzi a riflettere sul fatto che, fornite le giuste circostanze, non solo diventiamo (quasi) tutti pecorelle timide col paraocchi, ma addirittura veri e propri aguzzini, proprio non la capisco. Ammettiamolo cribbio: essere delle persone decenti è una scelta difficile, ostinata e realmente gravosa contro i nostri interessi.
Le guardie SS non erano alieni. C'è il rischio concreto che chiunque di noi compia nefandezze tali e quali, se piegato dalla codardia e dalle circostanze.
Bisogna esserne consapevoli, per evitarlo.
Mi indispone troppo che non lo si insegni a ragazzi vicini alla maggiore età.

lunedì 21 gennaio 2019

People as fruit as people

A volte ho sentimenti bruschi e infantili che lascio decantare, spesso per intere notti.
La mattina raschio col cucchiaio quel fondo torbido, lo butto via, e torno a parlare con voce più limpida.
Sto insomma cercando di essere più paziente, più matura, più equilibrata, meno pronta a indossare i panni della vittima (decisamente un difetto di tutta la mia adolescenza e dei miei primi anni universitari).

Davanti alla stufa col fidanzato parlavamo di quella metafora con cui si paragonano le persone a un frutto.
Come hanno la buccia, l'apparenza più esterna? Buona o cattiva? E la polpa, quando li conosci meglio, ci hai a che fare? E il nocciolo, nel loro profondo intimo, per le cose che contano veramente?
"Di me avevi detto che avevo buccia buona, polpa cattiva e nocciolo buono," mi ricorda.
Cado dal pero. Davvero? Adesso lo vedo tutto buono. Anche lui è maturato, proprio come un frutto.