lunedì 11 febbraio 2019

You don't know me

Credo sia stato dopo la morte di babbo, e la malattia di mamma, che ho cambiato nick da Curvula a Onion.

Curvula era la riccioluta Carex che mi faceva compagnia nelle praterie d'alta montagna, nelle estati della tesi. Buffa e gentile, pacifica. Erano gli anni in cui il segnalino che i miei compagni d'appartamento avevano fatto per tenere traccia dei turni delle pulizie recava "la dolce" invece del mio nome.

Poi sono diventata una cipolla, qualcosa di pungente e sgradevole da aprire.
Mi sono scoperta incazzata, insofferente e disillusa. All'amica che settimana scorsa consolavo dopo una crisi esistenziale, e che in risposta alle mie riflessioni mi disse "A volte la tua sensibilità mi fa paura, non vorrei mai ferirti" avrei voluto rispondere di non preoccuparsi, che ero più cinica e imbastardita di quello che sembravo.
Ma mi era parso che mostrare il mio pugno duro proprio in un momento in cui lei era al massimo della sua vulnerabilità l'avrebbe fatta sentire ancora più piccola, e sono stata zitta.

Dopotutto la gente ancora si stupisce se quando mi spavento tiro un bestemmione, o si indigna se un cliente mi tratta male. In parte sono loro grata per questa voglia di considerarmi ancora dolce, tiepida, indifesa, in parte mi sento un'impostora, un lupo travestito da pecora.

Detestavo, già ben prima che la vita mi torcesse come un panno da strizzare, che un mio amico di vecchissima data (parliamo dei primi anni delle medie) si fosse abituato a parlar di me come una donna angelo, un focolare di purezza e buoni sentimenti.
Già ragazzina pensavo, tu mi ami, ma non mi vedi.


mercoledì 6 febbraio 2019

Tutti potenziali mostri

Il lunedì dopo la giornata della memoria facevo sorveglianza in Aula Magna e provavo un vago, ma indiscutibile, scazzo. I ragazzi venivano obbligati, puntandogli il microfono in faccia, a rispondere alla domanda:
"E tu cosa faresti se parte dei tuoi compagni venisse improvvisamente discriminata, e obbligata a lasciare la scuola?". 
Ci si riferiva ovviamente alle leggi razziali contro gli ebrei. Invariabilmente imbarazzati, gli studenti davano la risposta giusta, anticipata: mi opporrei, me ne andrei anch'io, radunerei i miei compagni per protestare...
Solo un ragazzo osò rispondere con un "dipende, se il professore mi minacciasse o ci fosse la polizia avrei paura e probabilmente non reagirei"... e diamine, il suo intervento fu talmente anticlimatico dopo quelli dei compagni che fui costretta a far partire io l'applauso di rito. L'osservazione fu immediatamente accantonata.

E qui le questioni sono due: o noi adulti siamo tragicamente ingenui, o tragicamente ipocriti.
Questa ostinazione a non premiare la candida consapevolezza delle proprie viltà, a non incoraggiare i ragazzi a riflettere sul fatto che, fornite le giuste circostanze, non solo diventiamo (quasi) tutti pecorelle timide col paraocchi, ma addirittura veri e propri aguzzini, proprio non la capisco. Ammettiamolo cribbio: essere delle persone decenti è una scelta difficile, ostinata e realmente gravosa contro i nostri interessi.
Le guardie SS non erano alieni. C'è il rischio concreto che chiunque di noi compia nefandezze tali e quali, se piegato dalla codardia e dalle circostanze.
Bisogna esserne consapevoli, per evitarlo.
Mi indispone troppo che non lo si insegni a ragazzi vicini alla maggiore età.