giovedì 18 aprile 2019
"Può bastare"
...è un pensiero ricorrente in questi giorni. Visto che mi manca la bussola, e di conseguenza anche il senso della misura, mi autoprescrivo coscienziosi dosaggi medi per tutto quello che concerne la mia vita. Sonno, cibo, allenamento, vita sociale, etc.
Mi sembra che sia tutto leggermente fuori posto, come quando ricopi qualcosa sulla carta da lucido e poi la sposti di qualche millimetro. Tutto viene sfalsato. Faccio finta di niente ma la mattina mi sveglio presto, di soprassalto, e vado a controllare che mia mamma sia viva.
Stavo facendo un sonnellino quando il moroso si è seduto accanto a me sul letto e mi ha detto che un nostro prof all'università si era suicidato. "Cosa?" gli ho chiesto, incerta di stare sognando. Me l'ha ripetuto. Pare che avesse ricevuto una diagnosi molto grave.
Lo stimavo immensamente per la sua cinica logica. Il suo corso mi ha cambiato la vita.
Prego solo che abbia pensato anche lui "può bastare" e preso freddamente la decisione.
L'alternativa mi spaventa profondamente e mi fa venire voglia di piangere da qui all'eternità.
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Mi dispiace per il tuo prof, bambina mia.
RispondiEliminaAi tempi in cui ero matricola all'università pontificavo con una mia collega a proposito del suicidio come estremo pensiero consolatore. L'ipotesi è di Nietzsche, a dir il vero e più o meno indicava che, pur con tutti gli sforzi per farcela nella vita, c'era chi aveva sempre il suicidio come rassicurante piano B.
Ma la realtà è un'altra cosa.
Non conoscevo il tuo prof, ma posso immaginare di comprendere, almeno per sommi capi, il suo gesto.
E capisco anche le tue parole, tutte quante. Proprio per questo, forse, non ne trovo mai di adatte per risponderti su uno schermo.
Sei una life coach molto dura con sé stessa, ma lo sai già.
Sono sempre vicino a te.
Cipolla cara, ti parlo come se fossi quasi l'amica che non ho: anche io, ultimamente, sto perdendo molti pezzi di me. Ma questa solitudine e questa disperazione, non sapere cosa fare e sgretolarsi lo vedo nell'ottica di un letargo, non di una morte. Ascolto "L'inverno" di De Andrè nei miei momenti soliti, mi sento affondare nella neve.
RispondiEliminaPrendi quell'aereo e vai a vedere la primavera in un altro luogo del mondo.
Sul suicidio del tuo prof non so che dirti. La tragedia non è il suicidio in sé, ma la malattia.
La stessa malattia che ha tua mamma, e che ti strugge così tanto.
Ti tormenta e ti rende gli occhi meno dolci, gelidi. Così li immagino io. Due pezzi di pietra stritolati dal filo spinato di troppo dolore e troppe preoccupazioni che nessuno meriterebbe. E non puoi che guardare ciò che ti circonda e provare invidia anche per chi zoppica e cammina, perché lui magari cammina. Mentre tu senti di non farcela più, moroso affettuoso a parte.
Tutto il cinismo e il pragmatismo del mondo non salva.
Non salva niente, non c'è niente che possa curare.
Prenditi cura delle tue ferite. Non "pregherò per te", affinché guariranno, ma se non altro te lo augurerò.
Ciao,
RispondiEliminail tema del suicidio mi fa sempre riflettere molto. Non si saprà mai però cosa ha davvero spinto una persona a compiere quel gesto, oltre un eventuale malattia, proprio il gesto in sè.
Un abbraccio
Laretta